LE LEGGENDE DELLE DOLOMITI

 

Tra le caratteristiche delle zone dolomitiche non possono mancare numerosi racconti popolari e fiabe antiche. Storie mai scritte, ma tramandate oralmente da generazione in generazione: sono spiragli di vita di un tempo mischiati a paure e racconti pieni di fascino. Leggende che narrano di figure positive e personaggi negativi, di principi, di fate, di streghe e di orsi, di lupi, di orchi di Re, cacciatori e di cavalieri. Un tempo, nelle famiglie, le occasioni per raccontare storie e racconti erano molte, specialmente durante i periodi invernali dove le famiglie trascorrevano molto tempo nella stalla o in casa, nella stüa (stube) per svolgere lavori quali filare la lana, ricamare i vestiti festivi, riparare attrezzi contadini e molto altro. È in queste occasioni che venivano tramandati da padre in figlio i tantissimi racconti popolari, con un confine indefinito tra leggenda, mito e verità.

Si possono respirare anche nei luoghi attorno a noi: qui ad Andalo esiste un doss dele Strie (dosso delle streghe) un piccola altura poco sotto gaggia, poi si trova la località i Priori (si  dice che esisteva nella zona un monastero di cavalieri templari) posto sulla sella dopo il laghetto di Andalo, in centro troviamo il bus del orchia (caverna dell’ orco) proprio a fianco della scaletta di fronte al centro piscine. Sulla strada verso Molveno appena fuori l’abitato c’è Jatamplopb (trovato piombo) in mezzo alle dolomiti? Che significa? Tornando verso gaggia troviamo la Lovara (lov o lof =: lupi) dicono esisteva in antichità una trappola particolare per i lupi!! Sotto il Dosson è facile individuare la pesta del Bech impronta del leggendario animale impressa nella roccia. Ci sono poi nomi che evocano racconti fantastici: esempio Croz del Re, poz dal jaz (pozzo del ghiaccio), Bus dala luna

Una delle più note leggende delle Dolomiti spiega la nascita delle Dolomiti e il loro particolare colore pallido.

Essa narra di un regno antico, le cui montagne erano nere come il resto delle Alpi. Un giorno il principe del regno sposò la figlia della luna. La fanciulla di rara bellezza e dall’animo gentile rischiava di morire di nostalgia per la sua terra natale. Allora il principe decise di stringere un patto con i salvanei, la saggia popolazione primogenia protettrice di tutti i segreti della natura. Avrebbe garantito loro rifugio per sempre nelle alture e nei boschi delle Dolomiti se loro in cambio avessero rivestito le montagne con un vestito lunare. E così avvenne. In un’unica notte d’estate i salvanei filarono i raggi della luna, tessero una fitta rete di luce e fili d’argento, e rivestirono l’intero paese del tenue pallore della luna. L’antico regno è ormai da tempo scomparso, conclude la leggenda, ma fino ad oggi nei boschi e sulle praterie d’altura si sente la misteriosa presenza dei salvanei e le cime risplendono nel bianco chiarore della luna. La gente li chiama i Monti Pallidi.

Mentre una delle più famose fiabe riguarda l’ enrosadira (diventare di color Rosa)il fenomeno dovuto alla composizione particolare delle rocce Dolomitiche all’alba e al tramonto assumono un colore rossastro.

Una volta le Dolomiti non erano così aspre e nude, ma un unico grandissimo giardino di rose. Un giorno un principe incuriosito dalla vista delle rose, si inoltrò nel regno governato da Re Laurino e da sua figlia. Il regno non aveva muri e protezioni perché era ben difeso dai suoi abitanti e dal suo re: Laurino possedeva una cintura che dava la forza di 12 uomini mentre i suoi sudditi i nani; possedevano dei cappucci magici che davano l’invisibilità. Il principe, ne vide la splendida figlia, se ne innamorò e con l’aiuto di un inganno perpetrato da una strega la rapì per farne la sua sposa. Re Laurino, disperato non riuscì più a portare a casa sua figlia, ormai esusto lanciò una maledizione sul suo giardino di rose colpevole di aver tradito la posizione del suo regno: né di giorno !, né di notte ! alcun occhio umano avrebbe potuto più ammirarlo. Laurino dimenticò però il crepuscolo: l’alba ed il tramonto quando, ancora oggi, il giardino e i suoi colori divengono visibili ed apprezzati.

Un altra leggenda locale: Castel Belfort, oggi rimane ormai soltanto una blanda e debole testimonianza di ciò che esso rappresentò un tempo, con la sua maestosa imponenza. Ma è noto, tutti i castelli che si rispettino vengono accompagnati da racconti e leggende nati dalla fantasia popolare, ed esso non fa certo eccezione ...(e come è noto spesso esse racchiudono un fondo di verità)

Si dice che ai piedi del muro di cinta di castel Belfort a Spormaggiore, sia nascosto un antico tesoro : si tratta di un grosso forziere ricolmo di ori e gioielli nascosto da uno degli antichi regnanti della fortezza.

L'avvistamento di un cospicuo esercito nemico giunto in prossimità del castello, seminò il panico tra i nobili ed i pochi cavalieri presenti in quel momento tra le mura, fu così che l'antico regnante, di cui la leggenda non riporta però il nome, decise di nascondere il tesoro reale, e di effettuare una ritirata strategica. Sarebbe ritornato in un secondo tempo a recuperare il cospicuo tesoro con calma, e fu così che al calare della notte, scelto un nascondiglio ben riparato dalle mura di cinta sotterrò personalmente il forziere. Purtroppo il lavoro si prolungò per tutta la notte fino al giorno seguente, e al sorgere del giorno la fuga dovette essere rimandata. Quel giorno era la Domenica delle Palme e nella sottostante chiesa di Spormaggiore si stava celebrando il Passio i cui echi giungevano fino al castello, ma prima della fine di questa celebrazione ci fu l'attacco nemico, e in un battibaleno tutti gli abitanti del castello furono decimati, senza eccezione alcuna.

E' da allora che a vegliare quell'antico tesoro si narra vi siano una folta schiera di diavoli e spettri, che non lo perdono d'occhio un solo minuto. In realtà un'eccezione c'è: pare che durante il passio spiriti e demoni, spaventati dai sacri canti che ancora oggi sono chiaramente udibili in prossimità del castello, si rintanino per un poco nel più profondo degli inferi, pronti però a ritornare al termine della cerimonia. La leggenda racconta anche, che molto tempo fa un giovane del paese, deciso ad arricchirsi senza fatica raccolse tutto il suo coraggio, ed iniziata la funzione si precipitò alle mura del castello, scavando qua e là come un forsennato alla ricerca del tesoro. Naturalmente egli non fece più ritorno, e per gli anni a seguire si fantasticò, rabbrividendo la sera nelle riunioni davanti al fuoco sulla terribile e misteriosa fine che era toccata all'incauto giovane .....

Ma tant'è, e anche se non credete agli spettri, ascoltate il mio consiglio : non provate nemmeno a cercarlo quel tesoro, in fin dei conti, anche se doveste avere ragione, potrebbe benissimo essere che già molti anni fa un intraprendente giovanotto sia fuggito con il malloppo ...

 


 

LE  ORIGINI

La storiografia ottocentesca ha fantasiosamente cercato di arretrare nei secoli la fondazione della località fino al periodo romano. Questo, ben testimoniato in Val di Non e nel Banale, non ha lasciato invece alcuna traccia nella zona. Indiscutibilmente essa deve essere stata frequentata come sella di passaggio dalle popolazioni romane, ma resta improbabile uno stabile stanziamento di comunità in un territorio così remoto rispetto ai più frequentati circuiti commerciali.

Le prime testimonianze documentarie di Andalo fanno riferimento invece ai secoli XII e XIII. Si parla in esse della località intesa come "montanea", ossia malga, zona di alpeggio, legata ecclesiasticamente alla Pieve del Banale, assieme al vicino villaggio di Molveno.

Fin dall'inizio la scarsa popolazione residente si arroccò sui cosiddetti "masi", grandi case coloniche e poi gruppi di case, che servivano sia come abitazione, sia come stalle e magazzini per i prodotti della terra, in particolar modo, ovviamente, il fieno. Erano case familiari soggette a oneri feudali, abitate per lo più da servi della gleba.

Alcuni di questi masi primitivi, come ad esempio il Colìn e il Bortolìn, vennero abbandonati del tutto intorno al 1670, senza alcun apparente motivo certo, probabilmente a causa dell'epidemia di peste, la stessa descritta dal Manzoni nei Promessi Sposi. Gli altri invece, aumentando la popolazione, si vennero via via ingrandendo e con l'afflusso di nuovi abitanti presero la forma odierna di frazioni. Poi si è sviluppato nel corso dei secoli attorno a 13 "MASI", antichi gruppi di case cresciuti in corrispondenza di vari appezzamenti di terreno. (Bortolon, Cadìn, Casa Nova, Clamer, Doss, Fovo, Ghezzi, Melchiori, Monech, Pegorar, Perli, Ponte e Toscana). Tale caratteristica è in parte riconoscibile ancora oggi, sebbene i masi si siano quasi interamente ricongiunti a seguito del considerevole sviluppo urbanistico del paese, comunque e' ancora oggi possibile ammirare alcune costruzioni originarie seguendo un tracciato che permette di visitare tutto il paese..

Fin verso il 1600 però gli abitanti non superavano il numero di 150-180.Le prime famiglie residenti a Àndalo provenivano probabilmente dagli antichi centri abitati del Banale, la zona confinante con il territorio di Àndalo e Molveno a sud, nelle valli Giudicarie. A spingere quelle popolazioni fino alla sella di Àndalo era la possibilità di sfruttare la ricchezza di legname del luogo, nonché gli ampi appezzamenti di terra riducibili ad arativo per le tipiche coltivazioni di montagna.

La giurisdizione ecclesiastica si sviluppò in dipendenza dall'antichissima Pieve di Banale, parrocchia di Tavodo. La cura d'anime fu esercitata dai preti che facevano capo a quella chiesa collegiata, ed amministrata direttamente a Molveno, nel cosiddetto glesiòt, una piccolissima cappella oggi scomparsa, e ad Andalo, dove dal 1450 esisteva una cappella vicino al maso Toscana, il più popolato della zona.

Nel corso del Quattro-Cinquecento la comunità di Andalo poté ricevere i preti del Banale addetti alla cura d'anime nella rinnovata cappella in stile gotico, dedicata ai Santi Vito, Modesto e Crescenza. Un'altra chiesetta, dedicata a San Rocco e comunemente indicata come la glesiola, venne costruita alla fine del '500 non lontana da quella già esistente, che invece venne eretta nel Seicento lì dove l'epidemia di peste si fermò, evitando di contagiare il paese intero. Tale chiesetta, a differenza della prima (ora del tutto scomparsa), è ben conservata anche ai giorni nostri. Tutti i sacramenti importanti, tuttavia, venivano ancora celebrati a Tavodo,Dal 1574, anno di inizio della cappellania curata autonoma per Andalo e Molveno, si tenne in loco il registro dei nati e dei morti, secondo l'obbligo di tenere i registri secondo le decisioni del Concilio di Trento, segno della nuova autonomia locale negli affari spirituali.Se la dipendenza ecclesiastica di Andalo dal Banale legava la Comunità alle Giudicarie, dal punto di vista amministrativo la zona fu invece interessata dal dominio feudale delle varie famiglie della nobiltà rurale della Val di Non, fino alla dipendenza definitiva, avvenuta alla fine del medioevo, dal Castel Belfort, presso Spormaggiore. Andalo quindi, in quanto parte integrante, anche se marginale, della Giurisdizione, ne seguì in tutto e per tutto il destino fino ai secoli più recenti

L'economia locale si stabilizzò definitivamente nel corso del XVII secolo; gli abitanti cominciavano a ricavare rendite dalle ricchezze silvo-pastorali del luogo e miglioravano le loro condizioni di vita.
Nel 1623 la comunità adottò la sua prima ed unica Carta di Regola, con "li antichi suoi ordeni et sue antiche usanze".
La vita amministrativa era semplice. L'assemblea plenaria della regola era formata dai capifamiglia ed aveva luogo da sempre presso il grande faggio (fòo) del maso omonimo, nei giorni della Ceriola (2 febbraio), di Santa Massenza (30 aprile) e di San Martino (11 novembre) di ogni anno.

A seguito dell'aumentare della popolazione e dei bisogni, anche la cappellania in comune con Molveno si rivelò insufficiente. A metterne in luce i problemi fu soprattutto l'epidemia di peste del 1630, che ad Andalo fece fortunatamente poche vittime rispetto ad altre zone, ma che rese evidente la difficoltà nel disporre della cura d'anime senza un sacerdote residente permanentemente sul luogo.Finalmente, nel 1652, venne assegnata ad Andalo una cappellania curata con un cappellano residente. Nel 1671 la cappellania diventò Curazia. Il villaggio si ingrandì e venne decisa la costruzione di una nuova chiesa. Il luogo scelto fu il Maso Fovo, essendo più centrale rispetto al maso Toscana ed essendo anche il luogo dove, da sempre, si tenevano le riunioni della regola. La nuova chiesa di San Vito (l'attuale) fu benedetta dal Vescovo di Trento nel 1783.

Per secoli Andalo subì vari problemi connessi al fatto di essere luogo di confine tra zone a prevalente dominio tirolese a nord e zone del principato vescovile a sud. La giurisdizione civile, sotto forme diverse, fu generalmente tirolese. Al contrario, la cura d'anime era controllata dal decanato del Banale, dipendente da Trento. Dopo il periodo turbolento delle invasioni napoleoniche, gli austriaci, nuovi padroni del territorio, pensarono bene di riorganizzare quanto era possibile. Nel caso di Andalo e Molveno, la soluzione adottata fu quella di assegnare le due parrocchie al decanato di Mezzolombardo. Finì così il lento distacco di Andalo dai primitivi luoghi d'origine, la Pieve del Banale, da cui proveniva buona parte dei primi abitanti, a vantaggio di una maggior coesione con la Valle di Non, Mezzolombardo e la Val d'Adige.

Se nella sua storia Andalo fu territorio marginale, "montanea", sottoposta di volta in volta alla gastaldia di Banale, al Vescovo di Trento, infeudata ai conti di Flavon, poi ai conti del Tirolo attraverso le famiglie nobili della Val di Non quali gli Spaur, Unterrichter, ecc., nel corso del Novecento invece si ha la vera e propria definizione autonoma della comunità. Nel secolo scorso infatti si sviluppa, a partire dal secondo dopoguerra, dopo anni di emigrazione forzata, l'industria del turismo estivo ed invernale. A seguito di tale espansione economica cresce il paese, che si trasforma da gruppo di masi sparsi ad unico centro abitato.